Piccoli italiani cercansi
La ripresina demografica, dice l’Istat, era un’illusione
Che fine abbia fatto la famosa “ripresina” demografica italiana, salutata con timide speranze tra il 2006 e il 2008 e favorita dagli immigrati e dalla specialità nazionale delle primipare attempate, ce lo mostrano i dati del rapporto Istat sulla popolazione per il 2010. Dal minimo storico del tasso medio di fecondità, toccato nel 1995 con 1,19 figli per donna, faticosamente risalito a 1,42 fino al 2008 e di nuovo calato a 1,41 nel 2009, si è ancora scesi, nel 2010, a un secco 1,4. In caduta verso quell’1,3 che per i demografi equivale a un tasso di “bassissima fecondità”.
9 AGO 20

Quei decimali sembrano insignificanti ma pesano malamente sul bilancio della popolazione e sul futuro del paese. Ci dicono, prima di tutto, che si sta esaurendo l’effetto positivo dell’immigrazione (e comunque, se non ci fossero le nascite tra gli immigrati, la situazione sarebbe di nuovo da anni Novanta). E’ un aspetto importante, secondo lo statistico Roberto Volpi, il quale, nel 2007, con “La fine della famiglia” (Mondadori) aveva analizzato i motivi di un declino che appare irreparabile: “La nuova flessione documentata dall’Istat – dice al Foglio – con 12.200 nati in meno nel 2010 rispetto al 2009, si verifica infatti mentre aumenta la popolazione immigrata (parliamo di quella regolare, senza contare gli altri) in termini di centinaia di migliaia di unità”. Il fatto è, spiega Volpi, “che anche la fecondità delle immigrate non ha fatto che diminuire: superava 2,6 figli in media sei-sette anni fa, sta scendendo a 2,3 e continua a scendere inesorabilmente. Ormai lo sappiamo: nel giro di poco tempo, e comunque più velocemente del previsto, i costumi demografici degli immigrati si uniformano a quelli degli italiani”.
L’altra colonna su cui è sembrata appoggiarsi l’evanescente ripresa demografica italiana è stata quella delle nascite, procrastinate in attesa di condizioni familiari, economiche e di carriera ottimali, tra le donne di trentacinque-quarant’anni. Anche queste, aggiunge Roberto Volpi “sono e saranno sempre meno, perché a partire dal biennio 1974-1975 le nascite in Italia sono letteralmente crollate, e scarseggeranno sempre più le ultra trentacinquenni finalmente pronte a fare un figlio. L’esigua fascia di donne che ha sostenuto la modestissima ripresa demografica sarà insomma sempre più residuale”.
Declino demografico che genera se stesso, dunque, e agisce come un meccanismo a orologeria. Ma è plausibile che quelle 12.200 nascite in meno rispetto al 2009 (nel 2010, in Italia, sono nati 557 mila bambini e bisogna tornare al 2005 per trovare una cifra inferiore, sia pure di tremila unità), siano “il riflesso sui comportamenti riproduttivi degli effetti della congiuntura economica sfavorevole”, come suggerisce lo stesso Istat? “La vera congiuntura sfavorevole alla crescita demografica, ed è una tendenza che viene da lontano, è la fine del matrimonio e la scomparsa delle famiglie tradizionali. Con l’idea che tutto è famiglia abbiamo azzerato le famiglie vere, quelle che creavano le condizioni più favorevoli alle nascite. La perdita di vitalità, anche in Italia, nasce da lì”.